Dopo cinque anni di convivenza matrimoniale, la moglie si rivolgeva al Tribunale Civile di Roma, richiedendo la pronunzia della separazione dei coniugi e contestualmente la condanna del marito a versarle ben 500mila euro di asseriti danni a causa della mancanza di rapporti sessuali.

Capita che un genitore, in genere il padre, si renda inadempiente non solo sotto il profilo economico al mantenimento, ipotesi peraltro sanzionata anche dall’art. 570 del codice penale quale violazione degli obblighi di assistenza familiare, ma anche semplicemente facendo mancare la sua presenza, non adempiendo agli incontri statuiti dal giudice, o comunque ponendo in essere comportamenti che arrechino pregiudizio al figlio o ostacolino il corretto svolgimento delle modalità dell’affidamento. Se poi neanche riconosce il proprio figlio, costretto a vivere con uno solo dei genitori, il danno va risarcito adeguatamente e, se l’obbligato muore in corso di causa, il debito passa agli eredi.

La separazione dei coniugi dà luogo molto spesso a lunghi e sgradevolissimi contrasti circa i rapporti personali intercorsi durante il matrimonio, contrasti che, finiti in un’aula di Giustizia e messi alla mercé di testimoni e consulenti, finiscono con l’amplificarsi a dismisura, in un carosello di accuse e di controaccuse e di pretese al di fuori di ogni ragionevolezza, in nome del principio secondo cui, per ottenere qualche risultato, è sempre bene richiedere almeno dieci volte tanto.
Il tutto ovviamente con gravissimo pregiudizio per i contendenti ma più frequentemente per i figli, che vengono strumentalizzati quali chiavi di volta per ottenere l’assegnazione della casa ed il mantenimento nella misura più elevata possibile.

L’Italia, anche in virtù di un retaggio storico, sociale e religioso, ha sempre preferito il matrimonio regolare “consacrato”, sia di fronte alla legge che di fronte alla religione.
Questa è stata la scelta del legislatore italiano, scelta che non tutte le nazioni hanno però condiviso, considerandola troppo rigorosa.

L’autonomia economica raggiunta dal figlio,  che fa cessare l’obbligo del padre di dover provvedere al mantenimento, è prevista sia dall’art. 9 della legge divorzile n° 898/70 e successive modifiche, sia dal recentissimo articolo 337 quinquies introdotto nel Codice Civile dalla legge n° 28/12/2013 n° 154.

Un problema frequente per il coniuge che ottenga dal tribunale il mantenimento per sé o per i figli, è quello di poter effettivamente esercitare tale diritto, laddove talvolta il coniuge obbligato, per sottrarsi all’adempimento,  pone in essere una serie di atti artatamente finalizzati alla trasformazione di un facoltoso manager in un frequentatore della mensa della Caritas locale. La tutela prevista dal comma dell’art. 7, comma 7 della legge divorzile n. 898/70 e successive modifiche, consiste nel potere ottenere da parte del Tribunale tempestivamente il sequestro dei beni del coniuge obbligato tenuto al versamento dell’assegno.

Pubblicazioni Avv. Maurizio Bruno

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